sabato 30 ottobre 2010

Macinini



Il primo macinino lo comprai nella seconda metà degli anni Ottanta a Modena in un mercatino dell’antiquariato. Mi piaceva, era tutto di metallo con quattro colonnine ai quattro angoli. Non pensavo che la passione per i macinini mi avrebbe preso così tanto. Era bello e mi rievocava i tempi in cui per fare il caffè della mattina si macinavano i grani con il macinino in grembo.

Al primo seguì il secondo, poi il terzo… Ora sono una sessantina. Mi piaceva frequentare le fiere dell’antiquariato: mobili, monili, francobolli, cartoline, ferri da stiro, quadri, cose belle, cose brutte… e macinini. Come ne vedevo uno, il mio occhio si eccitava. Ne ho di tutti i tipi, vecchi e nuovi. Uno in plexiglass quadrato, due in bachelite (la nonna della plastica, con la quale venivano fatte negli anni Cinquanta anche le radio), di cui uno da viaggio, grande poco più di un pacchetto di sigarette. E ancora di legno, alluminio, ferro, rame, ceramica… Quelli più pesanti sono in ghisa e hanno anche la possibilità di essere fissati al tavolo con delle viti. Uno è da muro.

Quando mi trasferii a Roma dovetti comprare un mobile vetrina per contenerli, e nemmeno tutti, perché i più grandi (tra i quali un macinino militare che risale alla Prima guerra mondiale, in alto a sinistra nella foto) sono collocati: due, sopra lo stesso mobile; altri due, sopra il ‘mobile giallo’ (chiamato così dai miei), un troumeau che ha una paio di centinaia di anni e che è sempre appartenuto alla mia famiglia.

Mi piace l’idea di ridare vita e dignità a cose rifiutate da altri e che hanno vissuto nel grembo di tante persone. Quando si macinava il caffè si teneva, infatti, il macinino in grembo. E non c’è un altro oggetto della casa che sia stato tanto vicino a chi lo possedeva. Ridare dignità alle cose è come ridare dignità alle persone che le hanno possedute, soprattutto se queste cose sono state rifiutate e cedute da chi avrebbe dovuto, non proprio venerarle, ma almeno rispettarle.

Mi piace pensare che tutte le persone che hanno avuto un contatto così stretto con questi macinini me ne siano grate e che ogni tanto mi vengano a trovare e ringraziare per la dignità che restituisco a loro e alle loro cose. E’ una fantasia, lo so; ma di cosa viviamo noi quando lasciamo andare libera la mente se non di fantasia?

3 commenti:

  1. Anche a me piace tanto andare per mercatini di antiquariato ma se prima le cose che guardavo con tanta curiositàerano per me novità ora con un pò di rammarico mi rendo conto che le cose che trovo sulle bancarelle cominciano ad essere cose del mio passato .Ciao

    RispondiElimina
  2. Giovanni Punzo3 novembre 2010 10:39

    Mi piace molto l’idea di una collezione originale di oggetti particolari e un po’ mi sorprende, ma non solo: credo che ci sia qualcosa di più.
    Dietro il mulino si nasconde la ‘macina del tempo’ e si tratta di una metafora ormai entrata nel linguaggio quotidiano: «macinare» è sinonimo di lavoro paziente e ordinato, non necessariamente titanico o appariscente e quindi privo oggi di risonanza mediatica. Penso a un lavoro interiore insomma che si conduce soprattutto per sé, con ritmi tranquilli e regolari.
    La macina consente inoltre di trasformare la materia perfezionandola. Il motto della nostra dimenticata Accademia della Crusca è proprio «Il più bel fior ne coglie», riferito alla macina della farina per ottenerne appunto la parte migliore (Se ricordate un tempo la farina bianca di qualità superiore era chiamata ‘farina fiore’). Anche il caffè, come ricordo dalle misteriose operazioni che conduceva mia nonna in una grande cucina, era sottoposto a un trattamento particolare e indubbiamente l’aroma di quei chicchi era molto diverso. Poi ricordo a casa anche il primo macina-caffè Girmi (o Moulinex?), ma si trattò anche di un segno del cambiamento dei tempi. Non si può ancora sapere se in meglio…

    RispondiElimina
  3. Francesco Miredi4 novembre 2010 09:21

    Mi piace girare per i mercatini ed ammirare le capacità tecniche ed espressive dei vecchi artigiani ma difficilmente mi soffermo sull'oggetto. Preferisco immaginare il mondo vitale del quale esso ne faceva parte ed i valori che, all'epoca, potevano essere preponderanti. Sarà forse paura o fobia della solitudine, ma ho l'impressione che l'interesse quasi feticistico dell'oggetto nasconda la voglia di isolarsi. Nel tuo caso, però, credo che prevalga l'amore per l'arte e la passione per tutto ciò che, anche nelle espressioni più semplici, la rappresenti.
    A presto
    Francesco

    RispondiElimina